Da alcuni giorni sto riflettendo, ma senza perderci il sonno, sul fatto di avere un blog. Sono giunta ad alcune conclusioni.

Non ho un particolare talento, non ho uno stile brillante né particolarmente arguto;
Mi piace scrivere quello che voglio scrivere e farlo nella più totale libertà, quella che io decido di prendermi;
Non mi interessa il marketing di me stessa in quanto scrittrice (nel senso di colei che scrive) di blog;
Mi interessa che si legga quello che scrivo, meno che venga commentato. Mi spiego: apprezzo i commenti sinceri, quelli che vengono da chi mi trova per caso e non mi conosce e pure si prende la briga e il tempo di lasciare la loro voce.
Agli amici dico: per favore non commentate solo per farmi piacere. Se vi piace quello che scrivo, già basta che leggiate.
Se non vi piace ditelo. Se non siete d’accordo, ditelo. Se pensate che sbagli, ditelo. Questo mi aspetto da voi.

Alla fine è solo un blog, uno dei tanti milioni. Non è il mio lavoro, non mi fa la differenza alla fine del mese, nemmeno per un centesimo. Non scrivo per dovere, solo per un senso di coerenza verso me stessa e trovo incredibile che un centinaio scarso di persone ogni giorno spenda qualche minuto per leggerlo.

Non è tra le stagioni che preferisco. Sono più per le stagioni di mezzo, se non fosse che amo certi toni di luce e certi profumi.

Per me l’estate odora di basilico.

L’estate è nel sugo di pomodoro rosso, nei miei ricordi di bambina a casa dei nonni, con le dalie, le zinnie e le bocche di leone intorno all’orto e sotto i pergolati d’uva bianca.

La stagione delle ferie è iniziata e molti cominciano a parlare di partenze e vacanze.

Non sono mai stata per le spiaggie con sabbia bianca e finissima, le palme e natura incontaminata (tanto per citare gli stereotipi da agenzia viaggi). Sono più per le vacanze urbane: capitali europee, viaggi metropolitani, strade, asfalto, gente, cose così. O per i paesi del nord: non sento molta affinità con le atmosfere tropicali, troppo sudore, sensualità sfacciata, nudità esposte.

Quest’anno però avrei voglia di sapore di vaniglia, suoni di risacca e maree, passeggiate notturne sulla battigia, musiche lontane e sale.

Un’isola della Grecia, dove ci siano solo bianchi, azzurri, gialli e verdi a pardita d’occhio.

È stato un lungo inverno.

Dopo qualche ragionamento mi sono convinta che il difetto maggiore degli italiani, genericamente parlando, è la loro totale incapacità di diventare adulti.

Dopo tanti anni in rete, e ancora di più da quando ci sono i social network, le persone che mi suscitano maggiore diffidenza sono quelle che rifiutano l’incontro di persona. Non mi pare normale, ecco.

Mi sembra molto più naturale e “umano” volerle vedere dal vivo quelle con le quali si chiacchiera piacevolmente online, alle quali si lasciano i commenti sul blog, delle quali si ha curiosità e interesse. Vedersi, dare fisicità a un nome o a una voce, dovrebbe essere il proseguimento fisiologico di una conoscenza o di una amicizia nata attraverso un monitor.

Invece no, per tanti non è così, e allora il mio primo pensiero è: cosa nascondi? Il secondo: di cosa hai paura?

Per carità, sacrosanto diritto quello di non farsi vedere. Sacrosanto diritto il mio di non fidarmi più, però.