Sono una single di ritorno. Due volte.
Anzi no, non dovrei definirmi single, ho una relazione esclusiva da qualche tempo ma, probabilmente, nella mia testa la singletudine è una questione di forma oltre che di sostanza.

Quindi:  sono la metà di una coppia ma sembro una single.

Non è del tutto per scelta, per buona parte ha a che fare con il fatto che l’altra metà vive lontano e che quindi è impossibile fare le cose insieme.

Mi sono chiesta però  se sarebbe veramente diverso se lui fosse qui, se vivesse nel raggio di una decina di chilometri da casa mia. Probabilmente lo sarebbe solo un po’.

Vista la distanza che ci separa, quando siamo insieme il piacere più grande per me è proprio quello della normalità: cucinare mentre si chiacchiera in cucina, le visite al supermercato, un film dopo cena. Sono momenti speciali anche perché non rappresentano la mia routine quotidiana.

La normale vita di coppia mi spaventa. Se da un lato la vita famigliare rappresenta un bozzolo di calore e sicurezza, dall’altro è molto facile che si trasformi in abitudine. Ecco, l’abitudine nella mia vita non la vorrei mai, non voglio abituarmi a chi mi sta a fianco: finirei col non vederlo più e non voglio che lo stessa accada con me, darsi per scontati. Sono già passata per quella strada e non mi è piaciuta, non voglio smettere di essere curiosa dell’altro.

Darsi per scontati vuol dire amare meno. Non è come pensare di allungare la mano e sapere che l’altro c’è, che puoi contarci, che tra le mille tempeste di ogni giorno chi ci ama è accanto a noi. Dare per scontato significa dimenticarsi, significa piantare un seme e pensare che possa crescere anche senza acqua.

Mi sembra di sentirle, comunque,  quelle vocine che dicono che un rapporto d’amore ha anche bisogno della prova della convivenza, della noia, delle cose di tutti i giorni per crescere.

Che dire? Probabilmente a quarantadue anni sono ancora una immatura sentimentale.

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