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Dopo tanti anni in rete, e ancora di più da quando ci sono i social network, le persone che mi suscitano maggiore diffidenza sono quelle che rifiutano l’incontro di persona. Non mi pare normale, ecco.

Mi sembra molto più naturale e “umano” volerle vedere dal vivo quelle con le quali si chiacchiera piacevolmente online, alle quali si lasciano i commenti sul blog, delle quali si ha curiosità e interesse. Vedersi, dare fisicità a un nome o a una voce, dovrebbe essere il proseguimento fisiologico di una conoscenza o di una amicizia nata attraverso un monitor.

Invece no, per tanti non è così, e allora il mio primo pensiero è: cosa nascondi? Il secondo: di cosa hai paura?

Per carità, sacrosanto diritto quello di non farsi vedere. Sacrosanto diritto il mio di non fidarmi più, però.

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Rispondo tardivamente alle mail, da giorni non pubblico sul Diario semistupido i tanti post già praticamente finiti (quelli su Matera e sulla tavola rotonda dell’Osservatorio Wine a Verona, solo per citarne due), non ho voglia di chiacchiere e sto delegando tanti degli impegni che mi ero presa e ai quali tenevo – e tengo – molto.  L’unico pensiero fisso è “parti, parti, parti…”.

Avevo già scritto dei giorni non proprio positivi che stavo attraversando; domenica sera ho perso mio cugino in un incidente stradale e questo mi ha dato il colpo di grazia.

La mia Amica Maga mi ha scritto: “Deve passare questo periodo, deve passare per forza!! c’è un tempo per tutto c’è scritto nell’Ecclesiaste…e dopo il tempo del piangere viene sempre, torna sempre, il tempo della serenità e della gioia. Tieni duro Niki… Tutto passa…”.

Ho sempre avuto una grande capacità di reazione, ma questa volta faccio fatica a vedere il sole. Vorrei solo andare via per un po’ da sola, ho bisogno di camminare e raccogliere i cocci, sedermi su una panchina e restare a guardare la gente che passa. Vorrei far finta, per qualche ora, che le cose vadano esattamente come vorrei. Chissà cosa si prova ad avere una vita dove tutto scorra in maniera fluida e armoniosa, senza ostacoli e muri da scavalcare.

Non sempre le cose vanno come vorrei. Per esempio in questo periodo mi piacerebbe essere più serena e rilassata e non lo sono.

Non riesco ad incastrare per bene tutte le tessere della mia vita e questo mi disturba molto. Sono stanca di una stanchezza che va al di là di quella fisica e non riesco a sintonizzarmi sulla giusta lunghezza d’onda.

Anche con la persona che amo ho qualche difficoltà di comunicazione. Mi si dice che sono una donna strutturata: questo non è sempre è un bene. Spero non sorgano muri tra noi, perché quando si è lontani le parole sono quasi tutto.

I rapporti a distanza sono difficili. Se oltre ai chilometri si aggiungono altri tipi di distanze allora diventano quasi impossibili.

Alla fine, la motivazione è quella che fa la differenza.

Dire è sempre meglio di non dire; fare è il minimo per cercare di essere felici; a baciare non rinuncio; lettere ne ho scritte fin troppe; il testamento che lascio è me stessa.

Sono una single di ritorno. Due volte.
Anzi no, non dovrei definirmi single, ho una relazione esclusiva da qualche tempo ma, probabilmente, nella mia testa la singletudine è una questione di forma oltre che di sostanza.

Quindi:  sono la metà di una coppia ma sembro una single.

Non è del tutto per scelta, per buona parte ha a che fare con il fatto che l’altra metà vive lontano e che quindi è impossibile fare le cose insieme.

Mi sono chiesta però  se sarebbe veramente diverso se lui fosse qui, se vivesse nel raggio di una decina di chilometri da casa mia. Probabilmente lo sarebbe solo un po’.

Vista la distanza che ci separa, quando siamo insieme il piacere più grande per me è proprio quello della normalità: cucinare mentre si chiacchiera in cucina, le visite al supermercato, un film dopo cena. Sono momenti speciali anche perché non rappresentano la mia routine quotidiana.

La normale vita di coppia mi spaventa. Se da un lato la vita famigliare rappresenta un bozzolo di calore e sicurezza, dall’altro è molto facile che si trasformi in abitudine. Ecco, l’abitudine nella mia vita non la vorrei mai, non voglio abituarmi a chi mi sta a fianco: finirei col non vederlo più e non voglio che lo stessa accada con me, darsi per scontati. Sono già passata per quella strada e non mi è piaciuta, non voglio smettere di essere curiosa dell’altro.

Darsi per scontati vuol dire amare meno. Non è come pensare di allungare la mano e sapere che l’altro c’è, che puoi contarci, che tra le mille tempeste di ogni giorno chi ci ama è accanto a noi. Dare per scontato significa dimenticarsi, significa piantare un seme e pensare che possa crescere anche senza acqua.

Mi sembra di sentirle, comunque,  quelle vocine che dicono che un rapporto d’amore ha anche bisogno della prova della convivenza, della noia, delle cose di tutti i giorni per crescere.

Che dire? Probabilmente a quarantadue anni sono ancora una immatura sentimentale.

Del diventare adulti ho scritto qui sotto.

Il fatto di non diventarlo non implica automaticamente smettere di crescere, anzi. Tanti diventano adulti, ma restano bimbi e anche questo a prescindere dall’età anagrafica.

Sbattono i piedi, mettono il muso, fanno i capricci, strepitano, si buttano a terra come normalmente fanno gli esseri umani molto piccoli quanto cercano di attirare attenzione. E dimostrano sempre una certa dose di egoismo.

Infatti, i bambini sono gli esseri più egoisti del mondo, anche a cinquant’anni.

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