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Non amo apparire, non mi metto in mostra. Non faccio politica della personalità, non ho secondi fini più o meno manifesti.

Quel che faccio cerco di farlo bene e non sto parlando solo della mia professione.
Non voglio una platea, una corte o un pubblico, non ne ho bisogno arrivata fin qua.

Non cerco un pulpito dal quale giudicare, non cerco approvazione sociale o un piedistallo dal quale guardare chi sta sotto di me. Non sono famosa e tendo a vedere le persone per quello che sono: individui, e non mezzi per raggiungere scopi.

Non ho molto da offrire, solo dignità, rispetto, integrità, comprensione.

Tolleranza no, ché è una parola che non mi piace.

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Da alcuni giorni sto riflettendo, ma senza perderci il sonno, sul fatto di avere un blog. Sono giunta ad alcune conclusioni.

Non ho un particolare talento, non ho uno stile brillante né particolarmente arguto;
Mi piace scrivere quello che voglio scrivere e farlo nella più totale libertà, quella che io decido di prendermi;
Non mi interessa il marketing di me stessa in quanto scrittrice (nel senso di colei che scrive) di blog;
Mi interessa che si legga quello che scrivo, meno che venga commentato. Mi spiego: apprezzo i commenti sinceri, quelli che vengono da chi mi trova per caso e non mi conosce e pure si prende la briga e il tempo di lasciare la loro voce.
Agli amici dico: per favore non commentate solo per farmi piacere. Se vi piace quello che scrivo, già basta che leggiate.
Se non vi piace ditelo. Se non siete d’accordo, ditelo. Se pensate che sbagli, ditelo. Questo mi aspetto da voi.

Alla fine è solo un blog, uno dei tanti milioni. Non è il mio lavoro, non mi fa la differenza alla fine del mese, nemmeno per un centesimo. Non scrivo per dovere, solo per un senso di coerenza verso me stessa e trovo incredibile che un centinaio scarso di persone ogni giorno spenda qualche minuto per leggerlo.

Dopo qualche ragionamento mi sono convinta che il difetto maggiore degli italiani, genericamente parlando, è la loro totale incapacità di diventare adulti.

Dopo tanti anni in rete, e ancora di più da quando ci sono i social network, le persone che mi suscitano maggiore diffidenza sono quelle che rifiutano l’incontro di persona. Non mi pare normale, ecco.

Mi sembra molto più naturale e “umano” volerle vedere dal vivo quelle con le quali si chiacchiera piacevolmente online, alle quali si lasciano i commenti sul blog, delle quali si ha curiosità e interesse. Vedersi, dare fisicità a un nome o a una voce, dovrebbe essere il proseguimento fisiologico di una conoscenza o di una amicizia nata attraverso un monitor.

Invece no, per tanti non è così, e allora il mio primo pensiero è: cosa nascondi? Il secondo: di cosa hai paura?

Per carità, sacrosanto diritto quello di non farsi vedere. Sacrosanto diritto il mio di non fidarmi più, però.

A volte mi dico che sarebbe stato bellissimo avere internet all’epoca dei miei sedici anni.

Poi mi dico che, comunque, noi fanciulle in fiore degli anni ’80 ora come ora non ce la stiamo cavando affatto male.